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04/06/2008
Recensione di Fermino Dal Canton di Daigomusic Italia

Al primo ascolto de "I Giorni dell'IRA", si sentono nella pelle storie fatte di cuore e di stomaco. Inizi ad ascoltarlo e ti dimentichi di tutto ciò che in quel momento ti circonda. Esattamente l'effetto che deve fare un buon disco. Borsato è un artista puro, uno di quei tipacci difficili da gestire ma che, se gli vai a genio, può esserti amico eterno. Un uomo disponibile, dove puoi parlargli e andare a bere qualcosa insieme in uno di quei posti maledetti dove si ferma il tempo.
E mi inorgoglisce il fatto di essere uno dei pochi a conoscerlo, come trovare una pepita d'oro grande come un macigno. In Italia si parla molto di Ligabue, del grande vasco e di moltri altri figli della musica e penso, che tra questi, un posto al sole se lo meriti pure lui....e che posto! Borsato però, oggi, è nostro e basta, ottimo vino per palati fini. Io credo che le cose belle rimangono tali per sempre e "I Giorni dell'IRA" è una di quelle cose, pietra preziosa che si incastona nel cuore. Ci sono un sacco di motivi per cui quest'album è un bene prezioso, uno su tutti il fatto che Borsato trasmette l'incazzatura nera contro l'amara sorte che ha colpito molti popoli. Lui è un maledetto come Bukowski, ma non entra nel gioco della disintegrazione epatica, piace alle donne e le sue canzoni sono allegre, dolci, ma con uno strano retrogusto amaro. In alcuni momenti ti ritrovi a ridere come un pazzo, ma dopo un pò, all'ascolto attento, ci ripensi, riascolti e ti accorgi che non c'era proprio nulla da ridere. Che quella che stai ascoltando è una storia di disperazione. Invidio la sua rabbia, l'ostinazione di voler far riconoscere le miserie umane, la volontà granitica di non cedere a un'esistenza mediocre, che ti vuol relegare a tutti i costi tra gli ultimi o peggio, i dimenticati. "I Giorni dell'IRA" è un disco maturo, a mio avviso il più bello in assoluto di Borsato, spiccano arrangiamenti intelligenti, sobri che ricordano nell'esecuzione il grande country/rock americano con licenze folkeggianti e testi che parlano di indiani d'america, reduci, Irlanda e IRA, di indipendenza e amore, di radici profonde e tradizioni.
Ballate come "La Figlia del Locandiere" o melodie sottopancia come "Passando per Nashville", dove si racconta la parte più intima di un reduce che torna dalla Cambogia e vede la casa della donna che ama e lo aspetta in quella casa dopo il ponte del treno, quel treno che, prima lo ha strappato alla sua vita e poi lo riporta alla vita, unico filo di comunicazione, di sogno e speranza. Il ritorno, e la vita che ricomincia. E poi avanti con il canto disperato degli indiani d'america in "Filo Rosso" e "Woundeed Knee" dove senti chiaro, come la lama fredda di un coltello, il tradimento subito dagli stessi ad opera dei colonizzatori in armi. E prosegue raccontando l'emigrazione dall'Irlanda, ma potrebbe essere da qualsiasi altra parte del mondo, verso l'America, da parte del "......figlio di un ricercato" appartenente all'IRA "io che intonai per l'IRA". Un disco generoso che profuma di bucato appena steso, di infilate di gelsi, grandi praterie, di fiori che sbocciano e anime che volano. E vecchi mercantili arrugginiti che entrano nei porti carichi di poca carne e ossa che camminano, di carbone e topi, pieni di sogni che bruciano da svegli.
Lo stile di Borsato si avvicina molto al leggendario Woody Guthrie e lo accomuna anche il fatto che, come Guthrie, Borsato racconta l'altra faccia di un sogno.
Chi lo ascolta, alla fine, si sente un pò come lui. Lui che vive nel suo Veneto, figlio di emigranti, lui che sta vicino e da voce a coloro che per un motivo o per l'altro sono "Figli dell'altra parte" siano essi emarginati che lottano contro, o piuttosto stranieri in casa loro, plagiati da una storia raccontata a senso unico. E invito perciò, chiunque mi legge, di asoltare questo cantante da prateria, questo ineffabile lupo solitario che vive rasente al suolo, come una spia di un mondo che sta scomparendo. Vi farà uscire dall'oscurità e vedrete sterminate distese di campi di grano e praterie, vivrete avventure degne di un leone. perchè sa raccontare le gioie e le miserie quotidiane con la stessa grandezza con cui Omero narrava le gesta epiche dei Greci e dei Troiani.
In "I Giorni dell'IRA" Borsato è riuscito a darci immagini vivide della Libertà e di una vita ricca di emozioni.